Museo Archeologico Eno Bellis

La pubblicazione, nel 1874, del volume di Gaetano Mantovani “Museo Opitergino” segna l’inizio della storia del Museo archeologico di Oderzo, che viene aperto al pubblico il 31 dicembre 1881.
La Barchessa di Palazzo Foscolo accoglie oggi le ricche collezioni archeologiche cittadine, raccolte in un percorso che dall’età preromana giunge fino alla tarda antichità.

Museo Archeologico Eno Bellis

Esposizione permanente

Primo piano

Alcuni materiali di età preistorica e della prima età del ferro provenienti dal territorio opitergino aprono il percorso alla sezione preromana del museo, che presenta le testimonianze dello sviluppo del centro urbano che, dopo una più antica frequentazione dell’età del bronzo medio-recente, raggiunge il suo massimo sviluppo nella piena età del ferro, con una struttura proturbana dell’abitato segnata da strade tra loro ortogonali ed edifici ad uso abitativo o produttivo.

Alcuni pannelli didascalici accompagnano il procedere del tempo e mostrano le vestigia della città romana: i temi affrontati sono relativi allo sviluppo dell’impianto urbanistico della città nel suo complesso, al foro, alle abitazioni private (domus), alle necropoli.

 

I numerosi reperti esposti sono testimonianza della cultura materiale dell’insediamento e degli importanti scambi commerciali che interessavano la città in età antica, con una presenza significativa di merci d’importazione (ceramica attica, ceramica daunia e, per le epoche più recenti, anfore).
Il percorso nell’abitato Veneto affronta il tema del culto, con la presenza di numerosi bronzetti a carattere votivo, e della scrittura, con le numerose testimonianze epigrafiche in lingua venetica (ceramiche graffite, ciottoli inscritti).
Il plastico ricostruttivo di una casa d’abitazione rinvenuta in via delle Grazie illustra, infine, quali fossero le scelte planimetriche e costruttive in uso ad Oderzo nel III secolo a.C., in un periodo in cui sembrano evidenziarsi i primi contatti con il mondo romano.

Un’ampia sala presenta la ricostruzione in scala reale dei quattro tipi principali di drenaggi d’anfore, documentati a Oderzo tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C. L’allestimento, realizzato con reperti provenienti dagli scavi cittadini, riproduce le fosse all’interno delle quali erano le anfore, utilizzate per bonificare i terreni bassi e umidi, nel caso di Oderzo coincidenti con le aree di necropoli esterne alla città, sorta sulla sommità di un dosso fluviale.
Completa l’esposizione una rassegna tipologica dei principali tipi di anfore attestate a Oderzo tra il II sec. a.C. e il V sec. d.C.

Museo archeologico primo piano sala 3

Piano terra

Nella vasta sala al piano terra, il percorso relativo all’età romana prosegue con l’esposizione lungo le pareti di un’ampia rassegna di monumenti lapidei, per lo più pertinenti a monumenti funerari, provenienti da Oderzo o dal territorio dell’antico municipio romano. Tra questi si segnalano altari cilindrici, molte stele del tipo a pseudo edicola, con la raffigurazione dei volti dei defunti, molte delle quali di provenienza Ottocentesca, un tempo appartenuti alle collezioni personali di importanti famiglie opitergine. Singolare è la lapide che ricorda la sepoltura di Fuscus, un piccolo cane morto all’età di 18 anni, mentre al fondo della sala campeggia la splendida raffigurazione dell’estate che impugna un fascio di spighe e papaveri, un tempo appartenuta ad un elegante monumento funerario.

Quattro colonne miliari, due delle quali rinvenute non lontane da Oderzo e probabilmente relative ad altrettante strade che uscivano dalla città (la Opitergium-Tridentum e la Postumia nel tratto che univa Oderzo a Concordia Sagittaria), altre due invece rinvenute nel territorio di Eraclea (Venezia) e alcuni reperti provenienti dall’abitato romano consentono di scorgere la monumentalità di Opitergium.

Si tratta in particolare di un’iscrizione che ricorda come la matrona romana Volcenia Marcellina lastricò a sua spese un’area (probabilmente quella forense), e una notevole lastra in marmo raffigurante la testa di Giove Ammone, che doveva appartenere alla decorazione dell’area forense.

Museo archeologico piano terra sala 4

La sala successiva affronta, per nuclei tematici, alcuni aspetti della vita quotidiana del cittadino romano, come il rapporto con la morte, attraverso i materiali provenienti dagli scavi delle necropoli: ossuari in terracotta, balsamari in vetro, alcuni piccoli oggetti miniaturistici di corredo, semplici fibule e una moneta in bronzo (il cosiddetto obolo a Caronte, ovvero il pedaggio che l’anima dei defunti dovevano pagare al traghettatore delle loro anime verso gli inferi).
Vengono inoltre presentati alcuni reperti relativi alle tecniche e ai materiali da costruzione (mattoni, resti di intonaci dipinti, un’antefissa fittile ecc.), monete, e i bronzetti che accompagnavano i culti domestici, destinati ad essere conservati nei larari, oggetti di ornamento (fibule, anelli, gemme incise, bracciali) e, infine, alla vita domestica (aghi, lucerne, pedine da gioco, campanelli bronzei, pesi da stadera ecc.).

Museo archeologico piano terra sala 5

La visita a museo si conclude con la sala interamente dedicata all’esposizione di alcuni frammenti musivi di età tardoantica rinvenuti tra fine Ottocento e inizi Novecento nell’area dell’ex Foro Boario e dell’attuale Piazzale della Vittoria. A pavimento sono esposti otto frammenti musivi policromi appartenenti ad una pavimentazione originariamente più ampia, con scene figurate di caccia e vita agreste, disposte su più registri orizzontali, secondo una prassi decorativa tipica del periodo tardoantico. Il Mosaico della caccia, dal tema dei soggetti raffigurati, datato al III secolo d.C., faceva parte della decorazione di una ricca villa urbana, ubicata nelle vicinanze dell’area forense.
I due frammenti a parete, che facevano probabilmente parte della decorazione della stessa domus, raffigurano una scena di caccia alla lepre e, l’altro, un coppiere rappresentato nell’atto di versare il vino in una coppa.

Museo archeologico piano terra sala 6

Focus - Un cavallo veneto e la sua bardatura

Museo archeologico Focus un cavallo veneto

L’intervento di restauro e di esposizione museale della sepoltura equina
è stato realizzato con il contributo di
Studio Marcuzzo – Benvegnù
Commercialisti&Avvocati – Oderzo

Oderzo Cultura partecipata al concorso “Progetto Art Bonus dell’anno 2018” con l’intervento dedicato alla bardatura in ferro e bronzo venuta alla luce, insieme allo scheletro di un cavallo, negli scavi della necropoli paleoveneta dell’Opera Pia Moro di Oderzo (TV).

Il progetto, finanziato attraverso l’Art Bonus da Guglielmo Marcuzzo e Maria Pia Benvegnù dello Studio Marcuzzo-Benvegnù Commercialisti e Avvocati, ha visto nel corso del 2018 lo studio della bardatura, la revisione delle condizioni di conservazione e un nuovo allestimento museografico, realizzando una testa a grandezza reale sulla quale sono stati posati gli antichi finimenti.

Oderzo Cultura ha dedicato, nel mese di novembre 2018, una tre-giorni alla riscoperta di quello che è uno dei più importanti reperti della collezione archeologica: una giornata di studi, la presentazione alla cittadinanza del nuovo allestimento e un appuntamento per bambini con un laboratorio didattico dedicato.

Il progetto di Fondazione Oderzo Cultura Museo archeologico “Eno Bellis”, ha visto la collaborazione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Βelluno, Padova e Treviso e l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Grazie a questa iniziativa il cavallo veneto con la sua bardatura è diventato uno dei punti di forza del Museo.

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Il cavallo della tomba 49 è esposto in due vetrine, una dedicata allo scheletro dell’animale e l’altra alla sua bardatura.
Il progetto di recupero è stato promosso dalla Fondazione Oderzo Cultura Onlus e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto ed è stato realizzato grazie alla sponsorizzazione di un privato, il dott. Guglielmo Marcuzzo dello Studio Marcuzzo – Benvegnù Commercialisti e Avvocati di Oderzo.
Moderno mecenate, il dott. Guglielmo Marcuzzo, da appassionato studioso della cultura archeologica opitergina, ha sovvenzionato il restauro del cavallo. Grazie a lui quindi il cavallo veneto con la sua bardatura è stato restaurato e diverrà sicuramente uno dei punti di forza del Museo.
L’auspicio è che altri imprenditori privati si facciano avanti per finanziare l’esposizione anche degli splendidi corredi delle sepolture umane che appartenevano a questa necropoli e che, in questo caso già restaurati, attendono ora di essere esposti vicino al cavallo.

La tomba di cavallo veneto è stata rinvenuta nel marzo del 2005 durante lo scavo per la realizzazione di un nuovo edificio dell’Opera Pia Moro, lungo la via Postumia, a pochi passi dal Museo stesso.
Nel settore meridionale rispetto al centro opitergino era stata individuata una necropoli preromana dove sono state portate in luce circa 60 sepolture, riunite in una quindicina di tumuli. Tre sono sepolture di cavalli, che si aggiungono ad una rinvenuta nei primi anni ’80 in località La Mutera di Colfrancui.
Fra queste però la tomba 49 si distingueva per la presenza di una ricca bardatura di ferro e di bronzo. E’ la tomba di un esemplare maschio, quasi certamente intero, quindi uno stallone, di circa 12-15 anni, deposto in una fossa coperta da un tumulo. La sepoltura risale al V secolo a.C.

Presso i Veneti antichi la centralità del cavallo è un dato inequivocabile, ribadito dalle fonti letterarie, dai manufatti e dalle immagini relative ai cavalli: c’è assoluta concordanza in queste fonti nel sottolineare il ruolo primario, da protagonista, di questo animale nel Veneto del I millennio a.C.
Molti scrittori illustri, greci e latini, quali Omero, Alcmane, Esiodo, Pindaro, Plinio, Strabone associano il popolo dei Veneti alla fama dei cavalli da corsa che allevavano, usati nelle corse delle principali competizioni sportive del mondo greco. Sappiamo che nel 440 a.C. Leonte di Sparta vinse la 85ma Olimpiade proprio con dei cavalli veneti; così pure il geografo Strabone racconta che il tiranno di Siracusa, Dionigi il Vecchio, per il suo allevamento di cavalli da corsa volle i famosi puledri veneti.